lunedì 13 gennaio 2014

Io sono buonista

Stamattina ho letto questo:
Ho avuto la sensazione che una palla di peli e polvere mi si fosse depositata tra l’esofago e lo stomaco.
“Che c’hai?” Mi ha chiesto Fabrizio che sa riconoscere al volo i miei stati d’animo.
“Mi sento male” Gli ho risposto  sperando che mi proponesse una visita dal dottore, in modo da poter ribattere con una delle mie frasi astiose che, a seconda dell’umore, possono spaziare da un quasi pacifico “non ci penso neanche, di ospedali ne ho visti anche troppi” al “non sono mica una fighetta come te che a ogni pisciata di ragno va a farsi visitare”
Cercavo di provocare un bel battibecco mattutino per poterci convogliare  tutto il mio malumore
Ma Fabrizio è un uomo intelligente e poi mi conosce bene così mi ha fregata
“ Vado a farti il caffè” Mi ha sorriso.
Sdraiata nel letto, col caffè in mano, mi son trovata costretta a dirmi la verità: il fatto che da diversi giorni  non stessi bene non aveva niente a che vedere con la palla di peli che mi soffocava la gola.
Il mio malessere era sbucato fuori mentre leggevo quell’articolo.
Anzi, mentre leggevo i commenti che seguivano l’articolo.
Da quando alla com- passione abbiamo sostituito la parola (parolaccia?) buonismo, la compassione è diventata rara quanto il rinoceronte nero africano, o forse anche più
Di quello che sostiene la signora Alessandra io non condivido manco una parola e leggendola sicuramente m’era sorta sul viso quell’espressione che i miei amici intimi chiamano “faccia pacinottiana”: testa leggermente flessa a sinistra, bocca come una linea dura e occhi un po’ più stretti del solito. Un'espressione  che accompagna  lo stridio di pancia (io non ho l’anima quindi tutto mi si deposita lì) che provo quando leggo certe cose.
Io ero sola nella mia camera, e da soli si può sparare merda  su chiunque,basta che tutto  rimenga rinchiuso lì, però non si devono scrivere cattiverie pubbliche a una persona specifica.
Parlo di cattiverie, non di critiche , che quelle son legittime, soprattutto quando uno rilascia un’intervista o divulga una propria opinione.
Nei commenti che ho letto c’erano frasi come:  
“ma Vegetariana da 15 anni e vegana da 5...come ha fatto ad ammalarsi di tumore? Loro non sono immuni alle malattie? XD
"..Ma questa quando dice che la sperimentazione non serve a nulla, lo sa cosa hanno usato per curarla?? Ma stiamo scherzando? E quando asserisce che non vogliono trovare la cura per il cancro....mio Dio...Sarà anche malata, ma le tirerei un ceffone colossale..."
 "Mah.. io in realtà sono fatalista. Ho sempre pensato che mi dovesse venire il tumore , come penso anche che se non sono morta non sarei morta comunque, e non per i veleni che mi hanno messo nel corpo." Sparati goldona.

 È buffo, anch’io mentre leggevo le dichiarazioni di questa donna giovane e malata pensavo che stesse dicendo delle gran cazzate,   eppure quei commenti m’han fatto orrore più delle sue opinioni.
Forse perchè io sono buonista, o forse sono una povera ipocrita ma d’una cosa sono sicura:
Il cinismo mi fa cacare.
Non capisco come si possa aver voglia di inveire contro una persona che soffre.
Non penso che la sofferenza nobiliti, anzi, spesso quando la sofferenza va a picchiare su basi insicure ci rende peggiori, (anche  mio padre che era un’ottima persona quando divenne cieco  perse buona parte della sua allegria  e se la morte non l’avesse colto prima, probabilmente si sarebbe trasformato in un vecchio cupo e insofferente)
Penso però che ci siano delle regole che vanno rispettate: non si lascia il fidanzato il giorno di Natale, non si grida a uno zoppo "o zoppo!" e non si deve picchiare mai su chi è più debole.
C’erano mille modi intelligenti per rispondere alle dichiarazioni di quella ragazza, bastava portare argomenti che controbattessero le sue opinioni e invece molti hanno preferito lo sberleffo sulla persona.
Mentre leggevo i commenti che seguivano le  dichiarazioni di Alessandra immaginavo quei commentatori dalla battuta arguta e in testa mi sorgeva una domanda "Ma che male vi ha fatto la vita per esservi scordati della com-passione, per farvi dimenticare che state  sparando addosso a una persona malata?"
Anch'io leggendo l'articolo  avevo provato fastidio , ma il fastidio per le sue parole era sovrastato dalla com-passione per la sua malattia e il dolore che l’ha accompagnata. 
Questa compassione non mi ha certo portata a darle ragione, tutt’altro, mi ha piuttosto fatto nascere immediato il desiderio di non darle addosso.
Io che sono senz’anima, così portata all’urlo becero e alla bava alla bocca ,non ho dovuto ragionare per fermare la mano che le avrebbe volentieri tirato lo schiaffo, né per impedire sempre a quella stessa mano di scrivere “ah ah cretina, perché non ti sei curata con il miglio?” perché quei desideri appena mi si affacciavano in mente non  riuscivano a nascere, si abortivano da soli nel leggere della  sua età o della sua sofferenza per la malattia.
Quando il cancro capitò a me fui molto fortunata: Fabrizio, mia figlia Titta e mio fratello Gianni  decisero che mi avrebbero accompagnato durante tutto il percorso della mia malattia.
La consapevolezza della facilità con cui ci può capitare di morire e anche le cure chemioterapiche (a cui  mi sottoposi ben volentieri), mi rendevano molto fragile, esposta quasi inerme di fronte al dolore e ogni più lieve turbamento si trasformava facilmente in strazio. Loro capirono bene tutto questo e si trasformarono in scudo, erano la mia corazza.
Ricordo una volta che ero già prossima alla guarigione , Fabrizio era via per lavoro e Gianni mi accompagnò a fare la radioterapia. Non ricordo più i motivi ma io mi arrabbiai di brutto con mio fratello. Coi metodi pacati che mi contraddistinguono gli urlai contro le mie ragioni concludendole con qualcosa del tipo “e se sei così stronzo non ti voglio con me , ci vado da sola all’ospedale”.
Lui cambiò  espressione del viso, gli venne la faccia dura, quella delle liti, ma riuscì a trasformarla subito in un sorriso “Non voglio litigare con te ", mi disse, "riprenderemo il discorso quando mi potrai dare due picchi”
Io ribattei dura e incazzata “ Sono malata, non sono mica cretina, posso litigare benissimo anche ora”
“Ma io no," rispose lui, "mi sentirei troppo merda se ti facessi sprecare energie per bisticciare con me. Adesso devi affrontare una battaglia ben più importante.”
Probabilmente anche mio fratello Gianni è un ipocrita buonista, aveva scelto in automatica che il bene per me valeva più di una sua opinione o del voler avere “ragione”. Eppure , se mai ne avessi avuto bisogno,è proprio quella sua capacità di provare com-passione che me lo ha reso sempre più fratello.

13 gennaio 2014

mercoledì 8 gennaio 2014

Sono una bestia

Io sono una bestia. Nel senso che penso di essere un animale, come un topo, un maiale e un cane.
E per questo non credo di valere  più di un topo , un maiale e un cane. Anche perché in natura non esistono differenze di valore, ma solo differenze biologiche.
È vero, noi umani possediamo la cultura, ma non penso  che questo ci renda superiori .
Perché credo che la cultura che contraddistingue la specie umana sia anch'essa biologica, cioè una risposta naturale alla mancanza di specificità che contraddistingue l’animale uomo.
In parole povere l’uomo essendo un essere generico,privo cioè dell’istinto che contraddistingue le altre specie animali consentendo loro di dare una risposta immediata di fronte a determinati stimoli, è invece fornito di capacità culturali, che servono a dare risposte diverse a seconda della contingenza degli stimoli.
Esempio scemo: una gazzella  che si trova di fronte a un leone scappa,non deve star lì a pensarci su e  la sua risposta è immediata . Per l’uomo invece non funziona così, perché inserisce tra lo stimolo e la risposta una pausa riflessiva, cioè elabora simbolicamente la risposta da dare.
Prima interpreta il segnale:  ho davanti un leone, che faccio? fuggo?
Ad esempio se tra me e il leone c’è una grata di ferro scappare non è necessario.
Poi quando  riconosce il leone come pericolo deve valutare quale sia la scelta migliore da dare: se ho un fucile  gli sparo, ma gli sparo affrontandolo direttamente o è meglio che prima vada a cercarmi un riparo? E se sono disarmato fuggo , ma fuggendo è meglio che corra o mi arrampichi su un albero?.
Banalizzando molto questa è la differenza tra cultura e istinto. Ma sono ambedue risposte biologiche, e l’una non vale certo più dell’altra
Per far fronte alla mancanza di specificità dell’uomo la natura l’ha dotato di capacità culturale. La cultura era l’unica difesa che poteva avere questo essere privo di artigli e zanne preda di altri animali ben più equipaggiati di lui per la sopravvivenza.
Così l’uomo ha preso una strada evolutiva diversa da altri animali.
Diversa, che non vuol dire migliore né peggiore.
Ho fatto questa premessa perché stamani mi sono andata a leggere un po’ di roba animalista, compreso il manifesto degli antispecisti  e c’è qualcosa che mi stride nello stomaco.
Partono dal presupposto che ’uomo  è un animale come gli altri e non deve quindi arrogarsi il diritto di causare sofferenza ad altri esseri viventi.
Ma  mi chiedo io, se l’uomo è come gli altri animali perchè non dovrebbe fare quello che fanno gli altri animali, ovvero occuparsi di perseguire la vita della propria specie senza porsi problemi etici?
Anche se è banale scriverlo non credo nessuno pensi che un leone sia un antispecista di merda quando mangia la gazzella.
Il controsenso degli animalisti per me è proprio questo, sostengono che l’umanità non ha alcun diritto in più degli altri animali perché siamo tutti esseri viventi uguali; però poi mettono l’uomo su un piedistallo, e sottintendono che noi valiamo di più  perchè  abbiamo una coscienza etica, che ci rende superiori.
Ed è proprio grazie a questa nostra superiorità che dobbiamo decidere di non procurare sofferenza agli altri esseri viventi, che non è lecito sacrificare la vita di un topo o di un maiale o di un cane neppure per salvare quella d’un bimbo, perché  la vita di un uomo vale quanto quella di una bestia.
Buffo , valiamo di più perché possediamo un’etica ma poi la vita di mia figlia vale quanto quella d’un gatto.
Allora torno al mio punto di partenza, io sono una bestia, e non valgo più di nessuno, nel senso che per la natura io non conto più d’una formica, un microbo o uno scoiattolo, perché la natura ci va altamente nel culo, a me , al microbo e allo scoiattolo,.
La natura non è né buona né cattiva e non fa differenze di valore.
Però io bestia uomo ,(nel caso donna) , proprio in quanto bestia seguo la mia natura, e la mia natura mi porta a perpetuare l’esistenza della mia specie.  
Dire che non ci sono differenze mi pare una grossa ipocrisia. Per la natura in quanto tale queste differenze (nel senso di chi vale di più) non esistono, ma per ogni specie invece sì. Prendiamo un neonato ad esempio, se gli muore la mamma e gliela sostituiamo con una mamma gatta, per il piccolo non sarà la stessa cosa . Se riuscisse e a sopravviver probabilmente subirebbe dei grandi disagi e  avrebbe delle mancanze di amore tremende, anche con la mamma gatta più affettuosa.
 Allora forse c’è da chiedersi se per ogni specie la vita della propria specie non valga di più, e non ci sia nulla di fascista o di prevaricatore in tutto questo

Se vedo un gatto spiaccicato soffro, ma se vedo un uomo spiaccicato questa sofferenza è amplificata all’ennesima.  Forse perché, l’ho già detto, io sono una bestia
E proprio perché sono una bestia la sofferenza altrui non mi dà alcun piacere.
Così come il leone uccide la gazzella non perché si ritiene più ganzo o perché gode della sua morte, ma perché per vivere deve mangiare, così  credo che nessun ricercatore  utilizzi la SA  perché ne trae un godimento sadico ma lo faccia proprio perché è “naturale”cercare di salvaguardare la vita della propria specie.
Altra cosa che mi lascia perplessa è la questione che l’uomo non deve , per perseguire la propria esistenza, procurare sofferenza agli altri esseri viventi. Non ho ancora capito bene quali siano gli esseri viventi  a cui noi uomini attribuiamo il diritto a non soffrire. Quelli che ci somigliano, che hanno gli occhi tristi o che piangono quando muoiono?
Tanti anni fa avevo un amico che faceva il ricercatore a Scienze forestali, all’epoca portava avanti una ricerca sulla soglia di dolore degli alberi. Ricordo i suoi grafici, dove a ogni una piccola scalfittura sul tronco corrispondevano picchi di dolore altissimi.  O penso alle meduse e ai microbi, sono anche loro esseri viventi. Quanto ci devono somigliare allora per essere considerati tali?
Quando mia figlia andava alle elementari c’erano frequenti invasioni di pidocchi.
I pidocchi sono esseri viventi, però son brutti forte e fanno anche schifo, meritano la morte più d’un topolino tenero?  È lecito debellare i pidocchi con prodotti chimici , magari testati sugli animali?  Nel caso come  si comportano gli animalisti ?
Forse gli  animalisti riescono a convincere i pidocchi  ad abbandonare la testa del loro bambino usando validi argomenti, oppure  usano qualche rimedio naturale che  porta  quei piccoli animaletti a lasciare in pace il loro cuoio capelluto  e ad andare a depositarsi su quello di qualcun altro. 
Perché l’alternativa è:  o mi tengo i pidocchi o son tanto stronza da mandarli  a brucare sulla testa di un altro per  far salva la mia .
Oppure  dopo averli convinti ad abbandonare la mia testa  così come quella di chiunque altro li invito a suicidarsi e a lasciarsi morire lentamente di fame?

8 gennaio 2014

sabato 4 gennaio 2014

Perché ogni spesso sarei propensa agli insulti

Premessa: io il cancro me lo sono meritato tutto.
Ho mangiato salumi e burro e bevuto aperitivi e tirato mattina in locali fumosi . Ho anche abusato di qualche droga ed amato  la musica rock. Ho raccontato un sacco di bugie , detto parolacce , mi sono tinta i capelli di mille colori e ho fatto forca a scuola. Ho anche preso l’oki quando mi veniva il mal di testa e non mi è mai piaciuta la minestra di verdura
Perciò tranquilli, non parlo per me. Io il cancro me lo son meritato tutto. E forse avete ragione voi, la mia esistenza non vale quella di tutti quei topini che sono stati uccisi per trovare la cura giusta che m’ha consentito d’aver salva la vita.
Tra l’altro confesso, a me i topi fanno proprio schifo e non li uccido solo perché da morti mi fanno ancor più ribrezzo che da vivi, ma se esistesse una sorta di veleno che li dissolvesse quando mi entrano in casa,senza che rimanesse in giro il loro cadaverino peloso e puzzolente, non esiterei ad usarlo.
Per cui ripeto, io il cancro me lo sono meritato, soprattutto se lassù nel cielo, a giudicare chi ha diritto a vivere sano e chi no , c’è il Grande Ratto Vendicativo.
Ecco, non sto parlando di me, ma di tutte le altre persone che ho incontrato nel reparto di oncologia quando seduta in poltrona giocavo a far finta di essere dal parrucchiere e invece mi sottoponevo alle due ore di chemioterapia che m’han fatto salva la vita.
C’erano persone d’ogni tipo ed età. Tranne i bambini, quelli affrontavano il loro percorso , e chissà di quali colpe s’erano macchiati i bimbi per meritare la malattia?, in un altro reparto.
Ho incontrato anziane signore, quelle che non ci piacciono, dall’aria stizzita e il collettino di pelliccia ( ecco, forse la causa del cancro stava in quel visoncino spelato che ornava i loro colli,) e vecchie contadine delle nostre piatte campagne con una vita rigorosa e sana alle spalle che  mi insegnavano a fare la torta di mele ( ma forse Dio è una Mela Renetta ed era per quelle torte che sedevano  vicino a me con l’ago infilato nel braccio)
Mi dispiace darvi una delusione ma c’erano anche alcune donne giovani, vegetariane, magre, che mai avevano bevuto una coca cola e ancor meno ingurgitato una salsiccia, e ancora con lo stupore negli occhi si interrogavano e dicevano “Perché proprio a me?”
Ecco, io il cancro me lo sono meritato tutto, ma loro no. E allora poniamoci un dubbio.
Forse la morte capita, così come la malattia, e se è vero che alcune situazioni ne favoriscono l’insorgere è troppo riduttivo ( e stupido e anche crudele) continuare a scrivere frasi come “ per non farsi venire il cancro basta cambiare stile di vita,” o peggio ancora  “ mi rifiuto di sacrificare la vita di quei poveri animali per curare qualcuno che non merita di vivere”.
Una volta ho fatto la Salerno Reggio Calabria  a una velocità, folle, su una macchina vecchia e insicura guidata da un pazzo che si nutriva a birre. Ero giovane, incosciente  e terrorizzata. Ne sono uscita viva, forse perché la morte capita  per caso e il Grande Ratto che sta nei cieli  ce la distribuisce così, senza guardare al merito.

4 gennaio 2014

lunedì 16 dicembre 2013

Stamattina ho fatto la lezione

L’evoluzione bioculturale ha prodotto un essere aperto al mondo, privo di caratteristiche specifiche, generico e quindi più esposto.
L’uomo per secoli ha cercato far fronte alla paura generata da questa esposizione al mondo producendo forme di cultura basate su gerarchie di valore (noi loro),le comunità tradizionali ne sono l’esempio più chiaro.
 L’ imporsi della logica del valore di scambio ha scardinato l’universo di valori chiuso di queste forme culturali: la  logica del denaro non ha né limiti né confini,non li può avere, perché per essere tale ha bisogno di abbattere tutte le barriere (il denaro deve poter circolare liberamente).
Fa quindi assaporare all’uomo l’emozione dell’apertura primaria (avere di fronte un mondo aperto genera sì paura ma anche l’emozione meravigliosa di avere davanti ogni possibilità e di poter quindi scegliere) ma gli impone una libertà che esiste solo all'interno dalla sua logica.
È come se dicesse : tu puoi essere  libero e aperto  solo se stai al mio interno e accetti di produrre denaro ( Coi soldi puoi comprare tutto, ma solo se hai i soldi per comprare).
Qui sta l’ambivalenza della logica del denaro.
Il capitale rivela all’uomo che esiste la libertà dell’apertura, lo pone davanti a d ogni possibilità,  ma poi lo costringe sul suo percorso già determinato.
L’uomo in questa situazione sperimenta quindi la più grande libertà e la più dura repressione.
Ma all’uomo ormai è stato fatto assaporare il gusto della libertà e nel trovarsi di nuovo imbrigliato nelle logiche ferree del valore di scambio  si sente a disagio .
SI può trovare risposta a questo disagio cercando nuove forme di chiusura che ricreino la condizione noi-loro oppure  interrogandoci per scoprire  se ci siano altre strade possibili per trovarsi in una condizione veramente aperta in cui questa apertura, libertà,non ci faccia più paura

.Fin qui In sintesi e malamente la premessa tratta dall'ultimo saggio di fabrizio, da cui ne consegue:

Il movimento dei forconi, ma non solo, anche gli "antagonisti" o i seguaci di grillo ,ad esempio,  secondo me hanno scelto la via più semplice e quindi più dannosa per rispondere a queste domande.
Questi movimenti pur portando avanti istanze molto diverse tra loro hanno un tratto che li accomuna:ripropongono un universo di valori che si basa sulla divisione noi- loro, simile a quella dell vecchie comunità, ma ancor più pericoloso, perchè avvenendo all'interno del capitale, cioè di un mondo ormai globalizzato, non ha  un nemico certo (quello che sta al di fuori delle mura della mia città)   e la barriera noi buoni. loro cattivi, può essere tracciata ovunque e riguardare chiunque. Adesso tocca alla kasta, prima era toccato ai migranti ecc.
La cosa che mi fa più paura è che in questi movimenti  manca la voglia vera di guardare se "un mondo diverso è possibile" ma c'è solo il tentativo di spostare l'ago della bilancia e di riportarlo a dove stava prima della crisi. (Non vogliono dare risposte complesse)
Mi pare che i forconi non critichino la logica del capitale, ma vogliano soprattutto tornare alla condizione pre-crisi, quando anche loro possedevano il denaro per comprarsi la propria fetta di libertà. Poco conta, mi pare, che questa nostra libertà sia stata ottenuta privando gli altri (penso al così detto terzo mondo) della fetta di libertà a loro spettante. Non mi ricordo che fossimo in molti a piangere perchè per secoli abbiamo mangiato troppo privando altri del loro diritto al cibo, o magari abbiamo anche pianto, ma non abbiamo rinunciato ai nostri privilegi eppure sapevamo bene che la nostra libertà, stando  all'interno della logica del valore di scambio, sottintendeva la galera per tutti coloro che di questa logica non facevano parte.
Quando i movimenti antagonisti sventolano come una bandiera di libertà il loro " non vogliamo i sacrifici ma panettoni per tutti"  mi fanno una tristezza infinita, e mi pare di vedere un mondo diviso tra Berlusconini e Berlusconiani. Costa così tanto chiedersi se è davvero possibile avere tutti il panettone o se forse ormai siamo giiunti al momento in cui , forse, è meglio ridistribuire equamente tra tutti il pane rimasto?
Mi fermo qui, ma solo per ora, perchè mi sa che ormai su quello che sta capitando intorno mi ci sono un po' fissata.

16 dicembre 2013

sabato 14 dicembre 2013

Perché ho scritto "andate mo' a cagher"

Quand’ero una ragazzina, sull’autobus n 2 che ero solita prendere per andare in centro , alla fermata dopo la mia  spesso saliva un signore che allora mi appariva anziano. . Non si sedeva mai, stava aggrappato al corrimano vicino all’autista, e imperterrito dava il via a una lunga litania di recriminazioni. In questi giorni mi vedo un po’ così. Una signora grassa gonfia di malumore. “ho l’umanità in gran dispetto”
Questo pensavo
Il disamore generico, che mi fa somigliare all’omino del pullman, è scoppiato quando, passando da Lucca, ho incontrato un gruppo di persone, fornite di bandiere italiane, che facevano blocchi stradali per protestare contro la crisi e una classe politica corrotta .
Anzi,contro la classe politica corrotta, perché non facevano distinzioni di sorta, in quel loro credo, o dogma, dove alla parola politico si associa inequivocabilmente la parola ladro.
Ladri da mandare tutti a casa.
Questa l’origine del mio malumore, del bisogno incombente di mugugno.
Non mi piaccio quando sono così, pronta a litigare con chiunque, Spiffi il cane compreso, non voglio somigliare all’omino del pullman.
Per trovare pace e sorriso ho guardato fuori dalla finestra , montagne, neve e anche il sole.
Ho guardato anche il web. Mi sono imbattuta in articoli , analisi , dichiarazioni che mi hanno fatto incazzare ancora di più, ho deciso di scrivere.
Non è una analisi politica, né tantomeno sociologica, non ho sufficienti strumenti né tanto meno capacità intellettuali per farlo, è solo il tentativo di spiegare cos’è che mi turba, e tanto, in questi giorni.
Sono madre di una ragazza rom, marroncina di pelle, e tremo ogni qualvolta vedo lo sventolare del nostro(?) tricolore. Questa la tristezza da madre.
Ma non solo.
Ho letto diverse opinioni sul movimento dei forconi, compresa quella di guido viale che un tempo stimavo assai e quella di infoaut, ad esempio, che mi hanno fatto pensare (male) e innervosire molto.
Non voglio rubare una frase che è di mio fratello, ma vorrei davvero risposte complesse.
Non basta, non basta a me, che una protesta sia espressione di un disagio reale e condiviso, per farla diventare “giusta” , anzi SACROSANTA (che parola pericolosa!) al di là delle forme e dei metodi che assume.
Anzi, torno a ribadire che se spesso la forma è sostanza, in politica lo dovrebbe essere sempre. Così come non mi fiderei di un politico che parlasse di pari diritti tra i sessi mentre tocca il culo alle donne o urlasse “frocio di merda “ a un gay, non mi fido di un movimento che ha tra i suoi fondatori uno che fa dichiarazioni antisemite e tra i suoi seguaci anche esponenti della destra più estrema (per cui razzista e violenta).
Per me è sufficiente quello per farmi capire che non basta esprimere un disagio per essere dalla parte dei “giusti”, o per aver “ragione”, ma che quello che rende legittima una protesta sta proprio nel modo in cui si sceglie di esprimerla.
Sui massimi principi non è difficile trovarsi tutti d’accordo.
Anch’io voglio che tutti abbiano una casa, un lavoro, il diritto allo studio, alla sanità, ecc. È dalla rivoluzione francese che ormai son pochi quelli che non condividono “libertà uguaglianza e fratellanza”, eppure guerre ce ne son state  nei secoli che son seguiti, e anche stermini e regimi totalitari.
Allora si torna lì, non sono i massimi principi , bensì il metodo che si intende usare per perseguirli , a fare la differenza.
A me piace la democrazia. Come diceva Bobbio, con tutti i suoi limiti, la sua perfettibilità, la trovo comunque il sistema migliore di governo, per cui col cazzo che sono d’accordo con" tutti a casa". A casa i ladri, o i delinquenti, ma i politici non sono tutti così, e stava a noi, esercitando il diritto di voto, decidere chi poteva governarci e chi no.
Invece son stati proprio gli stessi movimenti  che inneggiano alla rivolta , qualunque essa sia, a sputare per primi su quel nostro diritto al voto che tanto era costato riuscire ad ottenere . (Se si pensa che le donne in Italia hanno avuto il diritto di voto solo dopo la seconda guerra mondiale!)
Si inneggia alla rivolta dicendo che al di là delle infiltrazioni mafiose e le derive populiste (ma come si fa a dire al di là?, mica son quisquilie e bazzecole) perché finalmente il popolo vuol partecipare. E invece io dubito.
Non credo che questo generico popolo voglia partecipare. Avevamo uno strumento di partecipazione meraviglioso, che era non solo il voto, ma anche poter partecipare ai consigli di quartiere, alle assemblee cittadine etc, fino ad andare a vendere i giornali porta a porta per poter ragionare coi nostri concittadini e non ne abbiamo approfittato. Anzi, c’ha fatto abbastanza ripugnanza farlo. A nostra giustificazione portavamo il tanto a che serve , loro son tutti uguali. A parte che non credo sia vero, ( la sanità pubblica in toscana  non sarà perfetta ma sicuramente è abbastanza buona,) comunque mi chiedo, se “loro son tutti uguali” noi invece come siamo? E quando l’onestà che ci attribuiamo in quanto comuni cittadini si trasforma nel mangia mangia dei politici? Se mandiamo a casa indiscriminatamente tutti i politici, chi mettiamo al loro posto? Ci andiamo noi, la gggente qualunque, ma cosa ci assicura che noi siamo così diversi da loro che quando da comuni cittadini diventeremo a nostra volta politici saremo esenti dalla furfanteria?. Questa distinzione “noi loro” non è una cazzata, ci si son basate da secoli tutte le civiltà, noi siamo buoni, loro cattivi, e giù con le guerre.
Allora forse invece che tutti a casa dovremmo imparare a distinguere tra chi fa politica con onestà, ricordandoci comunque che politica è anche capacità di mediare , e chi no. Partecipare, appunto, scegliendo, proponendo, controllando.
Invece in molte dichiarazioni di questi del “movimento” sento dire che son anni che non votano,che non si occupano di politica. Allora scopro che il mio giramento di palle, che mi fa “bofonchiare come l’omino del pullman” sta proprio lì.
Questi non vogliono partecipare, vogliono visibilità.
Abbiamo barattato la fatica del partecipare (di esserci quindi) facendo politica attiva , con l’acquisto e il consumo, perché  il possesso di determinati beni  ci dava l’illusione non tanto di esserci, ma di essere visibili. Venendo a mancare le  possibilità economiche  cerchiamo visibilità scendendo in piazza, urlando tanto più forte quanto più i si avvicinano le telecamere
Con questo non voglio dire che la rabbia di chi si ritrova a 50 anni senza lavoro non sia legittima o sia una cosa da sottovalutare, dico solo che le forme che prende questa rabbia quando non mi appaiono sterili mi sembrano molto pericolose.
Anche la rabbia del popolo tedesco,piegato dagli accordi di pace dopo la prima guerra mondiale, era legittima, ma non credo si possa ritenere legittimo l’odio contro gli ebrei che è stato il facile catalizzatore di quel malcontento . 

14 dicembre 2013

venerdì 15 ottobre 2010

Puppe

Noi donne dovremmo fare qualcosa di speciale su Facebook al fine di aumentare la consapevolezza e visibilità di Ottobre come mese per la lotta contro il cancro al seno… Se per essere visibili dobbiamo passare attraverso un giochino di parole, che tra l’altro si basa su una ambiguità tipicamente maschile, preferisco essere invisibile. O forse antipatica, però, per favore, non mandatemelo più.
Adesso mi spiego, perché ci tengo a precisare che non sono arrabbiata con tutte le donne che hanno condiviso quell’iniziativa o che mi hanno chiesto di condividerla, però, non appena ho ricevuto la prima mail al riguardo è stata proprio di rabbia, la prima sensazione che mi è scoppiata dentro.
Lì per lì ho pensato che da malata di cancro qual sono (e spero prossimamente di poter scrivere ero), forse il malessere che provavo era legato a un problema mio, dopo otto mesi e passa di ospedali e malattia non avevo nessuna voglia di dovermene ricordare ancora, e forse un pò è vero, ma non sta tutto lì.
Il disagio che provo credo sia dovuto al fatto che chi ha promosso quest’ iniziativa, pur essendo magari anche molto coinvolto e informato sul problema cancro al seno, nella pancia, in realtà delle donne malate di cancro sa “una sega lui” (lessico familiare), altrimenti non avrebbe inventato due iniziative (il colore del reggiseno l’ altr’anno e il dove mi piace [mettere la borsa], che omesso lascia ovviamente immaginare ben altro di quest’anno), così dolorose per tutte coloro che il problema tumore lo vivono sulla propria pelle. Questi riferimenti sessuali (al di là del fatto che ricalcano un linguaggio molto maschile) sono assai lontani dalla realtà delle donne malate, direi quasi offensivi, perchè non tengono conto che la prima cosa che perdi, quando ti ammali, è proprio la tua sessualità e la cosa non è poi così divertente!
Tutti coloro che l’altr’anno si son divertiti a giocare sul colore del loro reggiseno forse non sanno che molte donne operate di cancro vengono sottoposte a mastectomia e che i loro reggiseni, fossero anche viola a pallini verdi nascondono una mutilazione senza pari. Lo stesso per il “dove mi piace”.
Durante la chemioterapia non piace da nessuna parte, quando non vomiti o rutti o vai in bagno venti volte a fila, hai tutte le mucose irritate, quando stai meglio devi combattere con la paura, lo sfinimento fisico, vi giuro, anche per la donna più innamorata, poco è lo spazio che resta per la sessualità.
Se in più aggiungiamo che si perdono i capelli e si gonfia come ranocchi per il cortisone, è difficile sentirsi non dico belle, ma anche solo passabili tanto da sentirsi ancora oggetto di attenzioni sessuali. Anch’io che ho avuto la fortuna che non tutte hanno di avere accanto un compagno meraviglioso, che non perdeva occasione per dimostrarmi non solo il suo amore ma anche la sua attrazione per me, che mi vedeva bella anche con la testa lucida, ho passato momenti tremendi quando mi son vista calva e ancor più grassa del solito. Non riuscivo a vedermi come una donna, io che mi ero sempre curata poco del mio aspetto ho iniziato a truccarmi, a mettermi gli orecchini, avevo bisogno di “vedermi femmina”, perché è doloroso non sentirsi più tale.
Il giorno che mi hanno comunicato che mi sarei dovuta sottoporre alla mastectomia ho sofferto come un cane, nessuna parola, nè quelle di Gianni nè di Fabrizio nè delle mie bimbe amorevoli, riuscivano a consolarmi, l’unica cosa che sentivo era che io ero io, con le mie due puppe, brutte o malate non importava, ma io ero quella lì, dopo sarei stata un’altra cosa, se è vero che poi noi siamo quello che siamo, cioè il nostro corpo.
Poi ci si fa una ragione a tutto, si va e si cammina in avanti, a tutti quelli che mi dicevano “sei brava, che coraggio che hai” io ho sempre risposto che non dovevo fare un grosso sforzo, io ho sempre amato la vita, per cui pur di star al mondo s’affronta tutto, e siccome al mondo mi piace starci bene era normale poi trovar da ridere anche nella difficoltà.
Però la gioia grande che ho provato risvegliandomi dall’anestesia, nell’accorgermi che io ero rimasta io, con tutt’e due i miei seni, me la ricorderò per sempre, ma molte donne quella gioia lì, purtroppo mica l’hanno potuta avere.
Quelle donne devono fare i conti col loro reggiseno vuoto, con una sessualità mutilata e non mi par poco.
Allora forse per ricordare che ottobre è il mese del cancro al seno forse sarebbe meglio che so, non fumare per una settimana e fare una donazione alla ricerca, insomma, qualcosa che magari costi davvero un pensiero in più.
Poi può darsi che io sia una bacchettona, una che non sa ridere, mi si potrà dire che giocare proprio su queste cose è un modo per alleggerire un dramma, ma io sono antica, credo che questa roba somiglia un po’ alle barzellette sugli ebrei nei campi di concentramento, quando non mi fanno incazzare mi sembrano sceme, e viceversa.